UFFICIALE GENOA CLUB

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dijous, 23 d’agost de 2007

"È il giorno della rinascita. Nessuno vuole la guerra allo stadio"

(di Espresso Repubblica)

Massimo Leopizzi: mi piacerebbe che nessun ragazzo entrasse "armato" al "Ferraris". E in gradinata dev´essere l´ora della pace

Le vendette Rabbia, rancore e dolore per quello che successe, ognuno di noi se li porta dentro personalmente. Ma nessun gruppo di tifosi ha fatto appello alla violenza
Preziosi Adesso abbiamo il dovere di riunire la Nord che negli ultimi due anni è stata segnata da troppi malumori Stiamo organizzando un prossimo incontro con il presidente

Massimo Leopizzi, 44 anni, leader della Brigata Speloncia, l´ala più «dura» della tifoseria rossoblù. Condannato in appello a nove anni di reclusione per il tentato omicidio della moglie e dei suoceri. Attualmente agli arresti domiciliari in un paese dell´entroterra savonese. Da un mese può ricevere visite e telefonate.
Genoa-Milan, 26 agosto 2007.
«Parliamone. Ma non fatemi fare appelli alla pace. Non voglio fare buona impressione, non mi interessa».
In città c´è molta preoccupazione. Il questore Salvatore Presenti teme gravi incidenti.
«Dite al questore che può stare tranquillo».
Il Genoa torna in serie A dopo 12 anni. E ricomincia proprio con il Milan. Era gennaio, quando Vincenzo Spagnolo fu ucciso.
«Quanta rabbia. Quanto rancore, e dolore. Ognuno di noi se li porta dietro. Ma singolarmente. Nessun gruppo di tifosi ha fatto appello alla violenza».
Sono comparse delle scritte nei pressi dello stadio. Girano sms. La Digos ha raccolto segnali "inquietanti".
«Cerchiamo di tenere i toni bassi, per favore. Genoa-Milan è una partita come un´altra».
Prego?
«Ma sì, l´importante non è tanto la squadra che dobbiamo affrontare. L´importante è che sarà la prima partita di serie A dopo 12 anni di attesa. E a questo appuntamento dobbiamo arrivarci di nuovo uniti, compatti».
Dicono che non ci sia niente di meglio che un nemico comune, per ricompattare i ranghi: oggi il Milan, domani la Sampdoria.
«Sciocchezze. La prima di campionato non deve essere la partita della vendetta, ma della rinascita della Nord. Non dobbiamo crearci ulteriori problemi o finire nei guai con le nuove leggi sul tifo. Basta con gli schiaffi in gradinata, dobbiamo tornare a cantare tutti insieme. Il tentativo di riunificazione della tifoseria rossoblù è nato molto prima che venissero pubblicati i calendari degli incontri. Ho cominciato a parlarne al telefono con gli amici già un mese e mezzo fa».
Speloncia, Ottavio Barbieri, Associazione club genoani: tutti di nuovo uniti appassionatamente, e al diavolo la politica. E´ così?
«Questa storia delle divisioni in gradinata per ideologie di destra o sinistra non esiste. Si fanno troppe chiacchiere fuori luogo. Ad esempio: noi della Speloncia la maglietta nera non ce la siamo messa perché di destra, come pensano molti, ma per onorare un lutto».
Con Enrico Preziosi come va?
«Adesso abbiamo il dovere di riunire una gradinata che in questi ultimi due anni è stata segnata da troppi malumori. E anche lui può giocare un ruolo importante. Stiamo organizzando un prossimo incontro con il presidente. Forse già prima di Genoa-Milan».
Cosa le pare dell´ultima campagna acquisti del Joker?
«Non vorrei rispondere a questa domanda. Diciamo che credo che Preziosi sappia cosa vogliono i genoani. E farà di tutto per accontentarli».
Il ritorno in A ha galvanizzato tutti.
«Ma i giovani restano ancora penalizzati dai costi degli abbonamenti e dei biglietti. Però va bene così, i ragazzini hanno riscoperto questi colori. Il problema è la nuova normativa sul tifo, troppo severa. In questo modo si uccide la coreografia, che spesso è la parte più suggestiva. Spero che ci concedano qualche deroga almeno in occasione del derby».
Allora, promesso: niente violenze con il Milan.
«Questo Genoa-Milan, il genoano deve interpretarlo a prescindere dagli avversari. E´ la partita della rinascita, del ritorno. Nessun gruppo sta lavorando a creare incidenti. E la buona volontà ce la mettono tutti: ultrà e semplici tifosi. Ripeto: sto parlando a titolo personale, e non lancio appelli. Anzi, uno sì».
Cioè?
«Mi piacerebbe che nessun ragazzo domenica 26 andasse "armato" allo stadio. Parlo di coltelli, o cose che possono fare male. Chiedo troppo?».

dimarts, 21 d’agost de 2007

Il padre di Spagnolo: "Non si può morire per una partita"

Il messaggio del papà del tifoso genoano ucciso da un ultrà rossonero il 29 gennaio 1995, a 24 anni: "Per Genoa-Milan non si parli di vendetta. Mi aspetto una lezione di civiltà"
«NON VOGLIO altro dolore, non voglio altra violenza. Ho perso un figlio, per una partita di calcio. E non si può morire così. Lo dico a tutti i tifosi d’Italia, non solo agli ultras del Genoa o del Milan».
Ascoltate questo padre. La sua testimonianza. Sa che cos’è la sofferenza. Cosimo Spagnolo ha 64 anni. Era il 29 gennaio del 1995 quando suo figlio, Vincenzo Spagnolo, detto «Spagna», fu accoltellato a morte, a 24 anni, da un ultrà rossonero, Simone Barbaglia, prima di Genoa-Milan. Da quel giorno, le due squadre non si sono più incontrate. Torneranno a farlo domenica a Marassi, dodici anni dopo. A Genova c’è grande preoccupazione e allarme. «Ma non si parli di vendetta, diamo una lezione di civiltà», il suo appello.
Signor Spagnolo, il prefetto di Genova vuole vietare Marassi ai tifosi del Milan. «Ho letto, ma uno stadio dovrebbe essere sempre aperto a tutti, perché il calcio è di tutti».
Non teme anche lei scontri fra le due tifoserie? «In questi anni, anche se per me è come se tutto fosse successo ieri, ho mantenuto i contatti con gli amici di mio figlio, ne aveva anche fra i sampdoriani, parlando con me hanno sempre condannato la violenza. Condannare vuol dire non condividere. E se domenica dovesse succedere qualcosa di brutto, ci resterei molto male, mi sentirei tradito».
Che cosa ha detto, agli amici di suo figlio? «Che la violenza non ha senso. Contro chi, poi? Contro altri giovani, altre famiglie innocenti? Ma io credo a questi ragazzi, mi fanno pensare che non dovrebbe succedere niente di grave. Nel caso opposto, vorrebbe dire che non sono stati sinceri con me. Anche se...»
Anche se? «Il rischio di qualche testa calda, di qualche cane sciolto c’è sempre, ma il vero pericolo sono i portatori di veleno, i cattivi maestri delle curve. Loro sì, che dovrebbero essere allontanati dagli stadi».
A chi si riferisce, quando parla di cattivi maestri? «Ai capi più anziani, quelli che riuniscono i ragazzi in pizzeria per inculcare la violenza, che ricattano le società per avere i biglietti da vendere come bagarini, che minacciano in caso contrario incidenti per fare squalificare il campo, che ne hanno fatto un modo per guadagnare. Ci sono molti interessi, troppi. I club spesso hanno paura, non li denunciano, come invece ha fatto recentemente proprio il Milan, e ha fatto bene».
Suo figlio faceva parte di un gruppo? «Seguiva il Genoa, ma non aveva rapporti più di tanto con il mondo ultrà. Lavorava a Porto Rotondo, nell’agenzia immobiliare della sorella, era odontotecnico, veniva da noi solo per i fine settimana».
E’ cambiato qualcosa, secondo lei, in dodici anni? «No. Troppa impunità, chi sbaglia non paga come dovrebbe».
Si riferisce a Barbaglia, scarcerato grazie all’indulto, definitivamente libero dal 28 febbraio? Aveva 18 anni, quando uccise suo figlio. «Sì, mi riferisco a lui. Volevo giustizia, in base alla legge. Oggi è libero come noi, dopo aver tolto la vita a un ragazzo che aveva sei anni più di lui».
L’iter della legge, ha scontato la sua pena. «Troppi cavilli. In Inghilterra sono riusciti a sconfiggere la violenza applicando la legge, ma con la necessaria severità».
Ha mai avuto contatti con la famiglia Barbaglia? «No, mai».
E con il Milan? «I primi giorni dopo il dramma, poi niente, silenzio».
E’ più entrato in uno stadio? «Solo per il torneo estivo del Genoa in memoria di mio figlio».
Com’è, oggi, la sua vita? «Da pensionato. Sono stato un responsabile nel settore cantieri navali di Sestri, ma non avevo più stimoli, sono andato in pensione due anni dopo la tragedia».
Che cosa ha provato nei giorni dell’omicidio Raciti? «E’ stato come rivivere il momento della morte di mio figlio. Le cose non sono cambiate».
Antonio Matarrese, presidente della Lega, disse: «Il calcio non può chiudere, i morti purtroppo fanno parte del sistema». «Detta da un dirigente con la sua carica, non da una persona qualsiasi, mi sembra una frase molto grave. E’ il momento di cambiare il sistema, ecco che cosa mi aspettavo che dicesse il signor Matarrese».
Che cosa ha capito, in questi anni, della mentalità ultras? «Che è difficile da capire. Presi da soli, questi ragazzi sono anche fragili, piangono, poi scatta la logica del branco da stadio, la necessità di non fare brutta figura con i loro cattivi maestri, appunto».
Che cosa vuole dire, ancora, sulla partita di domenica? «Che i veri valori del calcio sono altri, che lo sport deve essere vicinanza. E che sia solo una partita, il modo migliore per ricordare mio figlio».